Esiste una emergenza formazione 4.0? Forse no, ma lo si dice da tempo: quella della formazione delle competenze è la priorità. Gli istituti tecnici sono alla ricerca di studenti perché le imprese cercano tecnici; le società specializzate nei corsi di formazione continua non riescono a smaltire la domanda.

La domanda che lecitamente ci si pone è “dove si troveranno i tecnici in grado di sfruttare la grande mole di dati che le nuove macchine mettono a disposizione degli utilizzatori? Chi farà la formazione ai dipendenti? Come evitare il rischio di utilizzare gli smartphone dell’industria, le macchine digitali, solo per fare le telefonate? La prova sul campo della prima fase di applicazione del piano di Industria 4.0, accanto agli stupefacenti risultati degli investimenti delle imprese, restituisce l’incognita del pieno sfruttamento dei robot installati nei capannoni.”

Le imprese italiane tra il 2017 e il 2019 avranno finito di installare nei loro capannoni circa 45mila nuove macchine, frutto dei 14 miliardi di euro di investimenti  attivati nel triennio. Un ricambio tecnologico imponente che non autorizza a parlare di emergenza formazione 4.0 ma ce porterà la vita media dell’intero parco macchine italiano a nove anni rispetto ai tredici attuali, il livello di obsolescenza più elevato della storia industriale.

Sono macchine di tutti i tipi: dal pezzo che adegua una linea esistente allo strumento di piccole dimensioni, dalla macchina standard (“le giapponesi” come vengono chiamate in gergo) al robot fatto su misura, costruito sulle esigenze specifiche del compratore. Investimenti che vanno da poche decine di migliaia di euro a molte decine di milioni di euro.

Integrazione di sistemi, realtà aumentata e cybersecurity sono i temi più richiesti dalle imprese. La spinta può venire dalla defiscalizzazione prevista dalla legge di bilancio: il 40% degli investimenti in formazione fino a un massimo di 200mila euro per azienda, ma sono escluse le spese per i formatori.

 

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